Martire in Congo nel 1964

Categoria: Testimonianze

Testimonianza di Mons. Aldo Pesavento

Testimonianza resa dal Parroco di Cittadella, Mons. Aldo Pesavento, parrocchia di adozione di P. Giovanni e della sua famiglia, non appena Egli era venuto a conoscenza del martirio di P. Giovanni:

La commemorazione di P. Giovanni Didonè sarà fatta da P. Giacomo Spagnolo Fondatore delle Saveriane. A me permettete poche parole. Tra i miei più cari ricordi conservo una fotografia scattata nel giorno del primo solenne sacrificio di P. Giovanni Didonè.

l’abbraccio con il parroco Mons. Pesavento

Vi siamo ritratti lui ed io nell’atto di abbracciarci. Dietro alla fotografia appare una frase scritta dallo stesso P. Didonè, quasi come un presagio degli avvenimenti futuri: “Il figlio al Padre: Domine non sum dignus! Quale onore per me ora e per lei un domani non lontano quando mi saprà martire.” In questi giorni di profonda commozione in cui apprendemmo la notizia della sua eroica morte, quella frase mi ritornò alla memoria in una luce nuova”.

L’intervento di Mons. Aldo Pesavento è conservato nell’Archivio della Direzione Generale a Roma nel file di P. Giovanni Didonè

Chi è P. Giovanni?

Articolo tratto da:

Il Servo di Dio

P. GIOVANNI DIDONÈ

MARTIRE

Testimone di amore fino al martirio tra i fratelli e le sorelle nel suo amato Congo

di Guglielmo Camera

Testimonianza di P. Amato Dagnino, suo padre spirituale in Teologia, che quindi conosceva molto bene, e che ha potuto vivere qualche tempo con P. Giovanni in Africa. È parte di una lettera scritta alla sorella Amabile non appena P. Dagnino ha saputo della morte del “martire”:

Nel tempo che sono stato in Africa ho avuto la fortuna di convivere soprattutto con essi e di passare tante ora insieme.

La mia permanenza a Fizi rimane un ricordo incancellabile: quante bellissime ore passate insieme al padre Giovanni: come ho potuto ammirare le sue virtù: sempre allegro, sempre sereno: soprattutto quello che mi piaceva di più in lui era quell’umiltà e quella semplicità: quel lavorare senza fare parlare di sé, che è la vera caratteristica del buono spirito: non si metteva mai in vista.

E, appunto per questo suo modo di operare nell’umiltà, il Signore ha compiuto per mezzo suo delle belle opere come la Chiesa, come le scuole, come la casa che in pochi mesi avrebbe condotto a termine: ha fondato la missione di Fizi: ed ha fatto tutto con estrema semplicità, ma anche con grande maestria e con un senso pratico non comune.

Ha fatto tutto lui: lavorava insieme con gli operai e lavorava da intenditore, come pochi padri. Il suo senso pratico era addirittura caratteristico; non mancava nulla nella missione del P. Giovanni: curava tutto con una cura ed una prontezza ed agilità mentale che mi sorprendeva: ne ho trovati pochi dei missionari così pronti e così furbi.

Aveva uno spirito missionario, anche, così sincero e così spontaneo che mi affermava con tutta sincerità, che la vita di missione era proprio la sua: così gli piacevano moltissimo i faticosissimi safari, cioè i giri di missione: e la missione di Fizi, ne ha di lunghissimi: anche dieci ore di sgroppata a piedi: a volte sotto la pioggia, come gli è capitato una volta che ero lì io. E tornando, raccontava in lunghe ed appassionate conversazioni, quelle sue avventure apostoliche.

Veramente il P. Giovanni era una bella figura di missionario autentico…. Immagino bene che nei momenti più dolorosi avrà immaginato il Suo Fratello coronato con la palma del martirio e il duo dolore si sarà cambiato in preghiera ti raccomandazione in presenza efficace e quanto mai incoraggiante, in stimolo di imitazione e di esempio: in compagnia invisibile ma quanto mai vera e sentita e sperimentata.

Lettera di P. Amato Dagnino alla sorella di P. Giovanni, Suor Amabile, Archivio postulazione, Parma

Testimonianza di P. Amedeo Pelizzo

Padre Amedeo Pelizzo, segretario della Direzione Generale, in un suo breve profilo di P. Giovanni Didonè martire, ci offre una notizia che non ho potuto trovare altrove, ma che si può ritenere genuina, data la serietà scientifica e la precisione con cui P. Amedeo forniva notizie e si documentava:

“In occasione della sua Prima Messa aveva chiesto i seguenti doni: “Al Padre: il dono della perseveranza finale; al Figlio: il dono di un amore tenerissimo a Maria; allo Spirito Santo: il martirio, il più grande dei doni; alla Vergine: il dono di una castità angelica; a S. Francesco Saverio: il dono dello zelo”. Venne esaudito. Da uno stampato nella cartella conservata nell’Archivio Generale dei Missionari Saveriani di Roma dal titolo:

“I martiri dei Missionari Saveriani – n. 6”. P. Giovanni Didonè (1930-1964).


Parma: 10 novembre 1958. P. Giovanni Didonè celebra la prima messa nella cappella delle Missionarie di Maria a S. Lazzaro Parmense.

Rina Parolin

Tratto da:

Celebrando la memoria della Prof.sa Rina Parolin nel 25mo della morte

di P. Marcello Zurlo sx

Il suo cuore è sempre stato donato all’amore e alla Missione, senza risparmi e senza sosta, durante i suoi 82 anni di vita, condividendo con Cittadella e con i suoi missionari i momenti lieti e tristi della vita. La sua vita fu un dono purissimo a Dio, alla sua Cittadella e alle Missioni del mondo intero, martire silenziosa di chi non sapeva mai dire di no al Signore e tutto offriva, amore e sacrifici, per il bene dei fratelli vicini e lontani.

La sig.na Parolin fu un dono di Dio per Cittadella e per i cittadellesi sparsi ai quattro angoli della terra. Non solo ha sviluppato la dimensione missionaria della chiesa, che è in Cittadella, ma come educatrice, professoressa di disegno e direttrice delle scuole ha coltivato per diverse generazioni l’arte del bello e del buono, sempre a servizio della crescita umana e cristiana, aperta al mondo intero.

Giovane insegnante nella scuola Andrea Mantegna, la prima media istituita a Cittadella nel 1912, esercitò la professione con impegno di educatrice, assiduamente, in tempo di guerra, mentre si combatteva sul Grappa e negli anni successivi che furono di smarrimento. E a lungo, fino al 1960, continuò ad insegnare educando, con dolcezza e rigore, prodigandosi senza tregua, anche quando, nominata preside, ebbe più pesante il compito.

Generazioni di cittadellesi e dei paesi vicini, furono suoi scolari e tutti Le conservano devozione e affetto per il bene che sentono di avere ricevuto da Lei.

La sua casa era diventata punto di riferimento, in base alla quale decine di Saveriani cittadellesi, “i miei diletti figli spirituali” come li chiamava con affetto negli ultimi mesi, approdavano durante le loro brevi soste, reduci dal Brasile, dal Messico, dall’Africa … “

La gioia della sig.na era indicibile quando qualcuno dei suoi figli spirituali raggiungeva l’agognata meta del Sacerdozio. Non faceva distinzione di diocesani o religiosi. Per lei erano tutti figli di Cittadella, offerti a servizio del Regno di Dio.

La sig.na non voleva nessun grazie e sempre ci chiedeva il favore di non fare neppure il suo nome in Chiesa nel momento del ringraziamento, dopo la celebrazione della prima messa in Duomo. Voleva che il giorno della prima Messa fosse la più bella festa per una parrocchia, che donava un suo figlio al Signore per annunciare il Vangelo al mondo intero. Lei già attuava quella che il Concilio Vaticano II proclamò solennemente: la chiesa è per sua natura missionaria.

Si dice che erano tempi diversi, ma ricordare questi tempi non fa male alle nostre famiglie cristiane e alla gioventù del terzo millennio. La sig.na appartiene alla storia e la storia ha sempre tante cose da insegnare.

È toccato al giovane rettore della casa saveriana di Vicenza, P. Emilio Iurman. di accompagnarla negli ultimi istanti della sua vita:

“Considero un immeritato privilegio aver conosciuto la sig.na Parolin. Un privilegio, perché la Provvidenza ha voluto che passasse da questa terra al cielo, praticamente nelle mie mani.

Quando fui avvertito che la sig. na era all’ospedale di Cittadella e che ormai la fine era prossima, la sera del 27 gennaio 1981 mi recai subito all’ospedale. La signorina era ormai in coma e già non parlava più, né fui in grado di sapere se si rendesse conto di ciò che le succedeva intorno.

Mi sedetti accanto al suo letto e presi la sua mano sinistra tra le mie e così, senza mai abbandonarla, rimasi le sette o otto ore in cui durò l’agonia, del tutto tranquilla. Recitai qualche rosario, ma non ci fu nessuno scambio di parole tra noi due, perché la sig. na non parlava più. Un paio di volte mi parve che la sig. na capisse” perché la sua debole mano stringeva, con le ultime forze che le rimanevano, la mia mano. Forse, con quel piccolo segno di vita intendeva ringraziare me e il Signore che le concedeva di morire, come aveva desiderato: con il Rettore della Casa Saveriana di Vicenza che la teneva per mano. Sono sicuro che questo fosse un segno di predilezione del Signore nei suoi confronti, un premio per quell’anima che nella sua vita non aveva fatto altro che servire il Signore e agognare di vedere il suo Volto. Per me è stata un ‘esperienza che mai dimenticherò. La ritengo una grazia del Signore.

Esaudendo l’ultimo nobile desiderio della sig.na Parolin. Sono contento di avere potuto, forse, pagare una piccola parte dell’enorme debito che i Saveriani hanno nei suoi confronti”.

Ricordo della sorella maggiore Suor Tecla

Testo integrale pubblicato su: “P. Giovanni uomo per gli altri” di Vittorino Martini

   Molto Rev.do P. Martini, scusi il mio ardire; sono la sorella di P. Giovanni. Dato che ora mi trovo per qualche giorno a riposarmi qui nella nostra casa genera­lizia ho il tempo di mandarle qualche ricordo del mio amatissimo fratello. Lei, padre, farà come crederà meglio. Mi perdoni tutti gli errori che farò. Non sono una scrittrice e mi esprimerò come posso. Lei farà il resto oppure cestinerà il bel tutto.

Sono la maggiore di tutti i fratelli e credo di conoscerli un po’. Di P. Giovanni posso dire che era di una semplicità, lealtà e rettitudine non comuni. Mai ho sentito dalla sua bocca una bugia o una parola sconcia o qualche altra cosa che sapesse di malizia. Il suo sguardo i ci sempre luminoso, limpido, trasparente come l’acqua dei torrenti.

Penso che si sia portato in Seminario il candore del suo Battesimo. Qualche giorno prima di entrare in Seminario, aveva quindici anni, venne fuori con certe frasi mi fecero capire che sapeva ben poco dei problemi della vita e di come i bambini vengono al mondo. E pensare che nella nostra famiglia le nascite si succedevano le une le altre con una certa frequenza. Dopo di lui ben sette bambini sono venuti ad allietare i nostri genitori e la nostra casa.

Non ricordo bene le date della sua prima Comunione e della Cresima. Ricordo però molto bene che egli era tutto preso dal grande avvenimento. Era assiduo al cate­chismo e vi prestava molta attenzione perché quando tornava a casa ripeteva per bene la lezione imparata e raccontava volentieri soprattutto i fatti del Vangelo e della Bibbia. Leggeva spesso il S. Vangelo che portava con sé. A undici anni si consacrò alla Madonna con la promessa di essere suo schiavo. Questa sua devozione al­la Madonna crebbe di giorno in giorno, fino a quando a 22 anni, nella notte del Natale 1952 si legò a Lei col voto di schiavitù, nello spirito del Santo Grignon di Monfort.

   Posso affermare che era un vero innamorato della Ma­donna e pensò Lei stessa a formarlo sacerdote-missiona­rio e farlo sempre più simile a Gesù. Del suo voto di schiavitù sono sicurissima perché fu lui stesso a confidarmelo. Non ricordo se fu nel 1951 o nel 1952. Lo fece col permesso del suo confessore e lo fece con un altro suo confratello, del quale non mi disse il cognome.

   Facciamo un passo indietro e torniamo ai suoi undici anni. Un giorno, dopo pranzo, mentre i nostri cari era­no a riposare, noi due ci intrattenevamo, con semplicità, parlando delle nostre piccole cose di ogni giorno. Ma ad un certo punto il discorso cadde sul problema delle mis­sioni… della necessità dei missionari… della bellezza di dare la vita per la salvezza dei nostri fratelli lontani. Mi creda, padre. In quel momento il nostro Giovannino, tutto rosso in viso, come sopra pensiero e molto seria­mente mi disse: «Preghiamo, preghiamo molto e faccia­mo qualche fioretto».

   Questo avvenne durante le vacanze mentre eravamo in guerra. Poco tempo dopo svelò ai genitori il desiderio di farsi sacerdote-missionario. Il papà apprezzò questo desiderio di Giovannino, però tenendo conto della sua età non ritenne opportuno che entrasse subito in un Istituto missionario, temendo si trattasse di un fuoco di paglia, così facile ad accendersi nel cuore dei ragazzi, ma anche così facile a spegnersi… Gli consigliò allora di entrare nel Seminario diocesano pei continuare i suoi studi e poi se avesse perseverato il suo desiderio avrebbe potuto entrare in un Istituto missionario.

   Giovanni ebbe a soffrire per questo. Gli sembrava che il suo sogno di essere missionario stesse per sfumare, ma accettò la volontà del papà senza aprire bocca. Cosi pas­sarono gli anni del Seminario e finito il Ginnasio, col permesso e la gioia del babbo, poté entrare nel loro Istituto saveriano.

   Da questo momento i nostri incontri non furono che pistolari perché anch’io lasciavo la mia famiglia per far­mi religiosa. Non ci scrivevamo spessissimo, anche perché in quei tempi era costumanza tra i religiosi di scri­vere raramente ai propri cari. Comunque ci comunicavamo ancora con semplicità fraterna i nostri sentimenti e quanto passava nel nostro cuore. Mi spiace immensamente, ora, di non avere custodito tutte le lettere che egli mi ha scritto in quegli anni. Le ho bruciate, come si fa di solito. Ma ricordo che non ce n’era una sola nella quale non parlasse della Madonna e del suo amore per Lei. Le voleva veramente bene e cer­cava di inculcare in tutti una tenera e filiale devozione mariana. Ricordo che quando si avvicinava a qualche avveni­mento importante della sua vita, professione religiosa, ordine sacro, ecc. mi raccomandava sempre di pregare per lui e di fare qualche fioretto per ottenergli le grazie del Signore e la benedizione materna della Madonna.

   Quando poi era vicino all’ordinazione sacerdotale mi scriveva, con maggiore insistenza di pregare e di sacrifi­carmi per lui. Desiderava prepararsi bene a questo dono del Signore e soprattutto di perseverare nella santa vo­cazione. Il Sacerdozio lo vedeva come una grande meta, come un dono inestimabile del Signore e della Madonna e cercava di prepararvisi nel miglior modo possibile. La prima lettera che mi scrisse dopo la sua ordinazione (cre­do di averla strappata) era un vero poema, un canto al sacerdozio.

   L’ultima volta che lo vidi celebrare la S. Messa fu il 30 novembre 1959, quando andai a Napoli per l’addio. A Napoli (Posillipo) si trovava già mia sorella Amabile delle Missionarie di Maria di S. Lazzaro (Parma). Ecco perché ottenni dalla mia Superiora il permesso di andare a salutare mio fratello partente per l’Africa. Ricordo che celebrò la S. Messa con molta devozione, come compreso profondamente dei misteri che stava ce­lebrando. Sembrava li vivesse nel suo spirito. Alla fine della S. Messa mi fece una piccola e dolce osservazione. «Vedi, Tecla, hai alzato un po’ troppo la voce e mi hai disturbato durante la Messa». Ciò mi fece capire con quanto raccoglimento e comprensione egli ce­lebrasse l’Eucaristia e mi edificai ancora di più della sua devozione. Col permesso della mia Superiora avevo portato qualche cosina da regalargli, cose utili per la sua missione. Egli non volle accettare nulla, dicendomi che aveva il suf­ficiente e che io, religiosa, dovevo pensare alla mia casi. Non solo. Tirò fuori dalla sua borsa un paio di calze e me le regalò dicendomi: «Tieni e conservale come mio ricordo». Era davvero il suo ultimo ricordo ed ora le tengo presso di me come una reliquia. Intanto mi aveva dato, anche in quell’ultimo incontro una lezione di distacco e di povertà, anche se lui non ci aveva davvero pensato a farmi da maestro. Faceva tutto con estrema semplicità e naturalezza. Non si ergeva mai da maestro. Diceva e faceva tutto, mosso dalle sue pro­fonde convinzioni e dall’amore che ci portava. Ci voleva buoni perché era convinto che solo così saremmo stati felici in questo mondo e nell’altro.

   Ora, padre, se permette, vorrei ricordare qualche fat­to avvenuto prima della partenza di P. Giovanni, o avvenuto dopo la sua morte. Mi sembra che questi fatti servano ad illuminare meglio la vita e lo spirito del fratello.

   Il primo fatto è questo. Mia cognata Celestina, moglie di Domenico, è una brava sarta e durante le ultime vacanze di P. Giovanni, prima della partenza per le missioni molto gentilmente volle preparargli il corredo personale come si fa per ogni missionario che parte. Lo fece con tanto amore e tanta precisione che anche P. Giovan­ni ne rimase soddisfatto e commosso. Durante quel lavoro la cognata ebbe modo di esprimere al padre il suo dispiacere di non aver ancora avuto bambini. Era sposata da un anno e mezzo. Finito tutto quel lavoro così bello, P. Giovanni, in to­no scherzoso disse a mia cognata: «Cosa ti debbo per tutto questo lavoro?». Essa si mise a ridere P. Giovanni, tra il faceto e il serio le dice: «Ebbene, pregherò il Signore che ti dia un bambino». Sono sicura che il buon padre ha pregato sul serio e che il Signore ha ascoltato la sua preghiera. Infatti il tre ottobre dell’anno dopo mia cognata ha avuto la prima bambina, Maria Assunta, che essa considera come un do­no del Signore e della Madonna.

   Il secondo fatto che desidero ricordare riguarda anco­ra questa mia cognata. Verso la fine del 1964 si trovava ancora in stato interessante. Eravamo alla fine di dicem­bre ed improvvisamente si è sentita male ed ha dato alla luce il bambino che attendeva, all’ottavo mese. Era il giorno 28 dicembre. Il piccino era nato il giorno e l’ora precisa nella quale un mese prima P. Giovanni era stato trucidato nel Con­go. In quel momento nessuno di noi lo sapeva. Anche questo era un dono di P. Giovanni. Al bambino fu imposto il nome dello zio missionario. Padre, lei sa quante altre grazie ha ricevuto mia co­gnata, per le preghiere di P. Giovanni, perché essa stessa gliele ha raccontate. Essa lo prega come si pregano i santi, perché lo ritiene un vero santo martire della chiesa.

   Anche la nostra cara mamma, ormai tornata in para­diso, aveva una grande confidenza e fiducia nel suo Gio­vannino. Lo pregava, gli chiedeva grazie, ecc. Ricordo che durante le mie vacanze, quelle poche che la mia re­gola mi permette, mi accorsi che il papà aveva un piccolo ematoma sulla fronte. Il papà era già paralizzato da qual­che anno, ma l’ematoma era cosa recente. Allora doman­dai alla mamma cosa era successo e lei con molta semplicità mi raccontò quanto segue. «Ero in casa da sola col papà, quando egli scivolò improvvisamente per terra e restò là senza forza e respiro… Io ero sola e non avevo la forza di rialzarlo. Non sapevo chi chiamare, perché a casa non c’era nessuno. Allora mi rivolsi a P. Giovanni che dalla fotografia, fissata al muro, mi guardava e gli dissi: “P. Giovanni, aiutami tu!”. Non avevo finito di formulare questa invocazione che il papà si alzò da solo e si mise a sedere sulla sedia. Pensa che poteva rompersi la testa!… Cosa avrei potuto fare io sola?».

   Un altro fatto desidero ricordare che riguarda l’altro mio fratello sacerdote-missionario, P. Camillo. Si era alla vigilia della sua prima Messa, cantata in parrocchia. Eravamo tutti impegnati nella preparazione della festa. Chi lavorava in parrocchia, chi in casa. Ad un certo momen­to si scatena sul paese un vero uragano, con vento violen­tissimo ed acqua, che allaga strade e case. La mamma è seduta presso la finestra della cucina e guarda sconsolata e triste quanto sta succedendo fuori nei campi e sulla strada e geme: «Per gli altri due abbiamo preparato una bella festa e per P. Camillo non prepareremo niente?». Anch’io ero mesta perché mi sembrava che cosi tutto sarebbe stato rovinato. La mamma, come il solito, si rivolge alla fotografia di P. Giovanni e lo prega cosi: «P. Giovanni, manda il sole!». Lo crede, padre? Dopo pochi minuti tornò il bel tempo e addirittura il sole e così si poté celebrare la festa di P. Camillo con lo stesso splendore come si era fatto per P. Giovanni e per Don Severino, qualche anno prima.

   Come vede, padre, sono delle piccole cose, forse di nessuna importanza, ma a noi dicono molto. Io lo invo­co spesso P. Giovanni anche per avere grazie e aiuti spi­rituali per i miei cari ammalati. Lui mi aiuta sempre. Nei casi più difficili, anche dal punto di vista spirituale io mi raccomando a lui. Sono sicura che il nostro fratello ci è molto vicino, come quando era ancora sulla terra e ci aiu­ta. Questo me lo assicurano anche le altre sorelle suore, Annamaria, Palma e Amabile. I miei fratelli Domenico, Luigi e Albino con la sorella Bertilla e loro famiglie sono convinti di avere un buon intercessore presso Dio.

   Arrivederla, padre, e mi ricordi nelle sue preghiere.

Suor M. Tecla Dìdoné

Ricordo del fratello Severino

Testo integrale pubblicato su: “P. Giovanni uomo per gli altri” di Vittorino Martini

   Ho fatto quasi vita comunitaria con P. Giovanni negli ultimi del suo ginnasio, infatti io pure ero seminarista in quegli anni: lui frequentava la quarta e quinta ginnasio ed io la prima e seconda media. È superfluo dire quali attenzioni abbia usato nel coltivare la mia vocazione e le premure nei miei primi anni di seminario. Qualcheduno potrebbe anche pensare che la mia scelta allo stato religioso sacerdotale fosse frutto delle sue pressioni: nulla di tutto ciò. Anzi più volte, ed in varie riprese, dopo avermi prospettato alcune mete insisteva fuor di misura affinché la mia scelta fosse libera.

Un fatto che considero il punto chiave di tutta la vita di P. Giovanni.

   Sulla scelta tra il seminario e l’istituto missionario nel papà non vi era alternativa; a tutti i costi P. Giovanni doveva diventare sacerdote diocesano. Tutto questo lo ri­vela un fatto di cui lo stesso P. Giovanni mi ha testimone.

Eravamo alla metà di luglio circa, si era tornati dal se­minario da alcuni giorni, P. Giovanni aveva già compiuto i vent’anni. Si era tutti a riposare quel pomeriggio; faceva molto caldo. Il fratello ed io dormivamo nella stes­sa stanza. Verso le 15 P. Giovanni all’udire il rumore della porta della stanza del papà, balzava dal letto e scendeva in fretta le scale. Fra i due c’era stato uno scambio di poche parole e subito tutti e due si erano incamminati verso la nostra stanza. Mentre entravano, feci per usci­re, ma il fratello con un cenno della mano mi fece resta­re e con voce tremante: «Stai qui, — soggiunse, — ti voglio presente». A quelle parole mi ridestai improv­visamente dalla sonnolenza e mi sedetti nell’angolo più remoto della stanza. Trascorsero alcuni momenti di pro­fondo silenzio. II papà, visto che il fratello non si deci­deva a parlare: «Non mi hai chiamato? — Che cosa vuoi allora?», gli chiese con voce incerta. «Vedi, papà, — incominciò con voce tremante P. Giovanni, — so di recarti un grande dispiacere, tuttavia ho deciso… devo farmi missionario… Anche se tu ti opponi, non faresti che ritardare la mia decisione di qualche mese; …infatti fra qualche mese compio i 21 anni… tuttavia, anche se ti costa, desidero avere il tuo consenso e la tua benedizio­ne… In questi anni ti ho assecondato, frequentando il seminario, ora non posso più aspettare…».

   Dagli occhi del papà scesero due lacrimoni grossi, grossi… era la prima volta che vedevo il papà piangere. Seguirono alcuni istanti di profondo silenzio, poi con la voce rotta dal pianto il papà concluse: «Mi ero illu­so… di averti distolto da quella idea… Comunque… se­gui pure la tua strada…». E uscì.

   Non che il papà fosse testardo nelle sue idee, tutt’altro! Desiderava tanto avere un sacerdote diocesano, per potergli stare accanto, una volta sistemati tutti i figliuoli. Che la scelta di P. Giovanni fosse costata tanto al papà, lo si può intuire da ciò che un giorno scrisse dall’Africa: «Mi sto accorgendo che il Signore sta amalgamando il cuore del papà». E questo fino al punto da trovare il tempo d’andare alla Santa Messa tutte le mattine, perché sentiva la necessità di pregare per il suo Giovanni. Che P. Giovanni fosse stato suo figlio prediletto lo possiamo asserire noi tutti fratelli, senza con ciò smi­nuire l’affetto che il papà aveva per tutti noi.

   Questo fatto mi sembra il punto chiave di tutta la vita di P. Giovanni. Si spiega così il suo carattere docile, buono, mansueto e nello stesso tempo indomito, coraggioso, spinto a grandi ideali. Non potrei minimamente dire da quando P. Giovanni abbia avuto l’idea di farsi missionario! So solo che, da quando ho incominciato a capirlo, ha sempre avuto una grande stima per la vita missionaria. Ricordo che in una estate, per lettura spirituale ai seminaristi, aspiranti al sacerdozio e chierici si è fatto uso della vita del Beato Teofilo Venard, missionario francese, trucidato nel Tonchino: missionario a lui tanto caro e, forse, a lui affine.

   Fare dei confronti è sempre un rischio! Tuttavia per lui «missionario» voleva dire «consumarsi», nel portare il Vangelo là dove l’umanità maggiormente soffre. Lo fa capire in una sua lettera, quando mi annuncia la sua destinazione: «…dunque sono proprio partente, destinato alla nostra nuova missione del Congo Belga e precisamente nella zona dei laghi, detta Kivu. …Temperatura come il nostro maggio-giugno conforme i posti, quindi ottima fin troppo e.… quasi quasi mi vergogno ad andare in un posto così, avrei preferito andare in un’altra qualsiasi delle nostre missioni, dove dopo 5 o 10 anni l’uomo è sfinito. Ma non ho scelto io questa missione e il Signore ha certamente i suoi fini». Non è detto che lui prevedesse una vita di missione breve!

   Certo il suo sogno, anzi desiderio ardente, era di mo­rire martire. Questo lo si intuiva anche senza che lui lo esprimesse ufficialmente con tutte le garanzie dell’ispira­zione. Quelle battute allegre che qualche volta si per­metteva, spesso anche con i familiari, non erano altro che esplosioni di quel desiderio che già nella sua vita di formazione andava chiedendo come grazia speciale della Madonna. In calce alla fotografia-ritratto, in un abbrac­cio di pace con Mons. Aldo Pesavento, Arciprete di Cit­tadella, suo padre spirituale, in occasione della prima Messa in paese così scrive: «Il figlio al padre… Domine non sum dignus… Quale onore per me ora… e per lei un domani non lontano… quando mi saprà martire…».

   Devozione alla Madonna: non si può immaginare P. Giovanni senza la Madonna. Quante volte l’ha lascia­to capire dalle sue lettere: «Senza una solida e tenera devozione a Maria non si può arrivare alla radiosa meta (sacerdozio). Con Maria si cammina meglio, anzi solo con Lei si può camminare». Era ancora chierico.

   Questa devozione la manifestava anche esternamente fin dagli anni di seminario. Chi è pratico della chiesa di Cittadella, sa che per raggiungere la sacrestia deve pas­sare davanti alla Grotta di Lourdes. Ebbene, tutte le vol­te che passava là davanti, si fermava almeno per la du­rata della recita di tre Ave Maria, e, chi era con lui non poteva che fare altrettanto. Più di una volta, — per tre anni ho frequentato, durante l’estate, tutti i giorni la chiesa con lui, — ho fatto capire di aver fretta. Sen­za scomporsi mi faceva cenno con la mano di andar più adagio; altre volte, dopo un po’ mi si avvicinava e ad un orecchio mi sussurrava, senza che gli altri se ne accor­gessero: «Guarda che con la Madonna non bisogna aver fretta» oppure «Ti costa proprio cosi tanto dire tre Ave Maria?».

   Ogni sabato c’era la visita alla Madonna: dopo la Visita al SS. Sacramento, la lettura spirituale, ci si recava all’altare della Madonna e li si facevano preghiere parti­colari…

   Non so se definirla intransigenza oppure incompatibi­lità con lo stato di vita che uno ha scelto, certi suoi modi di agire con i compagni di classe in seminario. Ricordo che una sera, dopo cena, in seminario, si avvicina, lui era in quinta ginnasio ed io in seconda media, e con un sorriso misto a perplessità mi racconta di aver dato un man rovescio ad un suo compagno. Al termine della cena il vice rettore invita tutti i seminaristi a pregare per l’economo, perché il giorno seguente si festeggiava il suoonomastico con conseguente pranzo un po’ diverso dal solito. A tale annuncio ha fatto seguito un fragoroso bat­timano, mentre quel tal seminarista si è fregato le mani lasciandosi sfuggire con voce sostenuta: «Che bella mangiata domani!». Per mio fratello, sentire tale espressione e far partire un man rovescio fu un istante. Conseguenza sangue dal naso per uno e, paura per l’altro, incredulo di essere arrivato a tanto. Nel riferirlo P. Giovanni commentava: «Mi sembra quasi impossibile che un seminarista, già in quinta ginnasio, arrivi fino a questo punto!»

   Penso che la sua preoccupazione fosse quella di lasciarsi prendere da tutto ciò che poteva impe­dirgli di seguire con generosità la chiamata del Signore. Un giorno mi scriveva: «La vocazione è un grande dono, ma è anche molto fragile e bisogna pregare tanto ed es­sere umili… (La chiamata) è tutta sua bontà e noi cer­chiamo di non rendercene indegni…».

   Ha trovato difficoltà nei primi anni di studio? Diffi­coltà e contrattempi nei primi cinque anni delle medie e di ginnasio ce ne sono stati a non finire: basti pensare che ha terminato la quinta a vent’anni. Causa principale la guerra, per cui non ha potuto frequentare regolarmen­te i corsi delle medie, dopo le elementari. Infatti ha fre­quentato un corso preparatorio a Cittadella sotto la gui­da del Rettore della chiesa del Carmine Don Bernardino. Non ricordo se ha frequentato solo per un’estate o un anno intero. La seconda media (forse anche la prima), nella scuola media parrocchiale di Rosà, con i relativi esami presso il seminario di Vicenza, dopo i quali il can­didato poteva accedere alla classe superiore, qualora de­cidesse di entrare in seminario.

   È stato proprio questa frequenza alla scuola di Rosà, con i relativi esami al seminario di Vicenza, che ha dato motivo di discussioni tra coloro che dovevano indirizzare in seminario P. Giovanni.

   Seminario di Padova o seminario di Vicenza? L’Arci­prete di Rosà e il parroco di Cusinati erano per Vicenza, Monsignore e il Cappellano di Cittadella erano per Pado­va. Il papà propendeva più verso il seminario di Pado­va perché la famiglia risiedeva in diocesi di Padova. L’in­teressato, P. Giovanni, che già aveva espresso il desiderio di farsi missionario, ma ostacolato ancora da un pio desiderio del papà, stava ad osservare che piega avrebbe­ro preso i fatti. Alla fine si decise per il seminario di Padova.

   Con l’ingresso nel seminario minore di Padova che si trovava a Thiene, iniziarono per P. Giovanni due anni particolarmente difficili, duri. Allora il Seminario di Padova era considerato uno dei seminari più austeri. Tra l’altro era uno dei pochi che manteneva ancora la divisa nelle medie e in ginnasio, e tra i più esigenti negli studi. Immaginiamoci P. Giovanni! Iniziare la terza me­dia con quelle poche nozioni che era riuscito a far entrare nella sua testa, in modo molto dispersivo e vago. Risultato? Disastro completo, il primo anno bocciato! Bisognava ripetere, e con un anno in più di età. Aveva allora diciassette anni. Questi momenti devono essere stati i più difficili e burrascosi di P. Giovanni. Ricordo vagamente un fatto, che dovrebbe essere capitato proprio in questo periodo, nei primi giorni di luglio.

   Si era verso sera sull’imbrunire. Mi trovavo in cucina la mamma, quando entra il papà e, con voce preoccupata le dice: «Vai a vedere quel “toso” (ragazzo), …fagli prendere qualcosa, …ché non si ammali». Uscito il papà, la mamma mi mandò a chiamare il fratello ma quale non fu la mia sorpresa quando, entrato nella stanza, lo vidi piangere e scoppiò in un pianto più dirotto, quando gli riferii che la mamma lo voleva. Che fosse stato un momento difficile, questo, per P. Giovanni, lo desumo anche dal fatto che un giorno il papà, dicendogli che la sua scelta doveva essere libera, disse: Se un giorno per le difficoltà decidessi di tornare indietro ricordati che tornerai a lavorare in campa­gna, ho già pronti la forca e il rastrello». Proprio… quell’anno lì temevo che non ce la facesse…

   Queste difficoltà hanno temprato la volontà ed il carattere di P. Giovanni. Ne abbiamo un esempio dal modo con cui ha affrontato la vita missionaria con tutte le difficoltà occorse Così mi scriveva il 17 febbraio 1958: «Sai che pen­siero mi è venuto adesso?… Trovare la vita un po’ dura, mi pare, sia una grande grazia del Signore, infatti le dif­ficoltà ci rendono più maturi e le sofferenze più atti a ca­pire gli altri, senza contare gli altri benefici».

   In altra lettera scrive: «Ti scrivo queste cose, — comunicava la data del Suddiaconato, — perché esse ti giovino a darti un po’ di coraggio ad affrontare con co­stanza e gioia le difficoltà, gli ostacoli piccoli o grandi che puoi incontrare lungo gli anni di preparazione; se questi sono ancora molti non devono spaventare, essi pas­sano molto in fretta, ormai sono passati anche per me, e tra poco non saranno che lieti ricordi!».

   «Comunque non siamo fatti per arrenderci, … interes­sante è non fermarci. La cristianità è quello che é: la col­pa è anche un po’ di nostro Signore, che si è voluto ser­vire degli uomini come canali della sua Grazia e allora è.… normale che questa Grazia, dovendo passare per ca­nali molto malandati e imperfetti, arrivi con molta diffi­coltà e in piccole quantità. Fare dei cristiani è molto dif­ficile, caro mio! Dei seicento e venti battezzati dall’inizio della missione di Fizi pensi che siano ancora tutti fer­venti?…  Comunque non c’è da scoraggiarsi, il primo fallito è sempre LUI. Infatti è morto per tutti, ma dopo tanti an­ni sono così pochi coloro che vogliono veramente seguir­lo! Stiamo vicini con la preghiera; continua con entusia­smo e con coraggio specialmente».

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén