
Per avere un’idea della vastità del luogo in cui il giovane missionario è chiamato a vivere il suo ministero occorre sapere che, dopo avere percorso – in circa un mese – 400 chilometri gliene restavano altri 1.200 per completare il “giro” della parrocchia. Padre Didonè, in cinque anni d’attività all’interno della diocesi di Uvira (provincia congolese del Kivu) verrà assegnato a diverse missioni: Uvira, Baraka, Fizi, Kiliba. Si tratta di luoghi non distanti dal confine con il Burundi e sulla sponda occidentale del lago Tanganika.
Il territorio della diocesi comprendeva zone pianeggianti, montuose (alcune vette raggiungono i 3.000 metri d’altezza) e rivierasche, quelle, appunto, affacciate sul Tanganika. L’area di Baraka – una delle prime affidate a padre Didonè, ad un altro saveriano e a due Padri Bianchi, d’origini francesi -, è una specie di quadrato dove i lati (di circa 100 chilometri ciascuno) corrono, tre lungo la terra e il quarto, lungo la costa occidentale del Tanganika.

Per raggiungere i villaggi della missione occorre essere un po’ marinaio, per navigare lungo il lago, e un po’ alpinista, per inerpicarsi su sentieri aspri fino a 2.500 metri di quota. Annota in una lettera padre Giovanni: “Ciò che mi parla dell’Africa è soprattutto la vastità, l’immensità di questi luoghi. La lingua non si presenta difficile”.