Martire in Congo nel 1964

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Chi è P. Giovanni?

Articolo tratto da:

Il Servo di Dio

P. GIOVANNI DIDONÈ

MARTIRE

Testimone di amore fino al martirio tra i fratelli e le sorelle nel suo amato Congo

di Guglielmo Camera

Testimonianza di P. Amato Dagnino, suo padre spirituale in Teologia, che quindi conosceva molto bene, e che ha potuto vivere qualche tempo con P. Giovanni in Africa. È parte di una lettera scritta alla sorella Amabile non appena P. Dagnino ha saputo della morte del “martire”:

Nel tempo che sono stato in Africa ho avuto la fortuna di convivere soprattutto con essi e di passare tante ora insieme.

La mia permanenza a Fizi rimane un ricordo incancellabile: quante bellissime ore passate insieme al padre Giovanni: come ho potuto ammirare le sue virtù: sempre allegro, sempre sereno: soprattutto quello che mi piaceva di più in lui era quell’umiltà e quella semplicità: quel lavorare senza fare parlare di sé, che è la vera caratteristica del buono spirito: non si metteva mai in vista.

E, appunto per questo suo modo di operare nell’umiltà, il Signore ha compiuto per mezzo suo delle belle opere come la Chiesa, come le scuole, come la casa che in pochi mesi avrebbe condotto a termine: ha fondato la missione di Fizi: ed ha fatto tutto con estrema semplicità, ma anche con grande maestria e con un senso pratico non comune.

Ha fatto tutto lui: lavorava insieme con gli operai e lavorava da intenditore, come pochi padri. Il suo senso pratico era addirittura caratteristico; non mancava nulla nella missione del P. Giovanni: curava tutto con una cura ed una prontezza ed agilità mentale che mi sorprendeva: ne ho trovati pochi dei missionari così pronti e così furbi.

Aveva uno spirito missionario, anche, così sincero e così spontaneo che mi affermava con tutta sincerità, che la vita di missione era proprio la sua: così gli piacevano moltissimo i faticosissimi safari, cioè i giri di missione: e la missione di Fizi, ne ha di lunghissimi: anche dieci ore di sgroppata a piedi: a volte sotto la pioggia, come gli è capitato una volta che ero lì io. E tornando, raccontava in lunghe ed appassionate conversazioni, quelle sue avventure apostoliche.

Veramente il P. Giovanni era una bella figura di missionario autentico…. Immagino bene che nei momenti più dolorosi avrà immaginato il Suo Fratello coronato con la palma del martirio e il duo dolore si sarà cambiato in preghiera ti raccomandazione in presenza efficace e quanto mai incoraggiante, in stimolo di imitazione e di esempio: in compagnia invisibile ma quanto mai vera e sentita e sperimentata.

Lettera di P. Amato Dagnino alla sorella di P. Giovanni, Suor Amabile, Archivio postulazione, Parma

Testimonianza di P. Amedeo Pelizzo

Padre Amedeo Pelizzo, segretario della Direzione Generale, in un suo breve profilo di P. Giovanni Didonè martire, ci offre una notizia che non ho potuto trovare altrove, ma che si può ritenere genuina, data la serietà scientifica e la precisione con cui P. Amedeo forniva notizie e si documentava:

“In occasione della sua Prima Messa aveva chiesto i seguenti doni: “Al Padre: il dono della perseveranza finale; al Figlio: il dono di un amore tenerissimo a Maria; allo Spirito Santo: il martirio, il più grande dei doni; alla Vergine: il dono di una castità angelica; a S. Francesco Saverio: il dono dello zelo”. Venne esaudito. Da uno stampato nella cartella conservata nell’Archivio Generale dei Missionari Saveriani di Roma dal titolo:

“I martiri dei Missionari Saveriani – n. 6”. P. Giovanni Didonè (1930-1964).


Parma: 10 novembre 1958. P. Giovanni Didonè celebra la prima messa nella cappella delle Missionarie di Maria a S. Lazzaro Parmense.

Essere missionari non è una avventura

Pochi giorni dopo scrive una lettera ad Amabile. Si nota con piacere che per Giovanni la missione non è avventura, ma azione dello Spirito, di cui in missione si sente la presenza viva. P. Giovanni non dimentica poi la figura-modello della patrona delle missioni morta a 24 anni senza essere mai partita, Teresa di Lisieux. La missione, se bene intendiamo ciò che dice P. Giovanni alla sorella, è soprattutto frutto di “ginocchia” piegate di fronte al padrone della messe e frutto di sacrifici e di fedeltà alla regola di vita e di amore, secondo la spiritualità dell’Istituto di appartenenza ed un forte progetto personale di vita.

Amabile può quindi essere missionaria con lui anche da lontano e può portare molto frutto. Ecco perché la richiesta di preghiera sarà “una costante” delle sue lettere dalla missione:

Carissima sorella, dicendoti che tu mi sei la più vicina, che a te penso spessissimo è la verità. Infatti non vorresti tu scrivermi ogni giorno se la regola te lo permettesse? Ma la regola chiede da voi l’immolazione anche di questi santi atti e voi ne siete contenta; ma la vostra anima, il vostro spirito può essere nell’infinito e in Dio voi potete essere dappertutto, e in forza di questa bella e grande verità che io ti sento tanto vicino; ti sento vicina, perché tu non potendomi scrivere spesso tu mi vuoi essere vicino con la preghiera. Io la sento questa vicinanza; tu immoli il tuo desiderio di venire a me e mi ottieni le più larghe benedizioni dal cielo; in una parola vorrei che ti convincessi che tu mi puoi essere la più vicina e la più utile. Siamo in Dio, siamo vicinissimi. So che spiritualmente fai molto per me e così le tue ottime consorelle, con a capo la tua Rev.ma Superiora, ebbene quanto fate mettete tutto nelle mani della nostra mamma celeste, essendo lei la mia Tesoriera, la mia banchiera, assicurazione e così quando vede che io ho bisogno di qualche cosa mi viene in aiuto e se ciò che possiedo è poco ci metterà del suo. Sono veramente ben cresciuto di peso: sembra che l’Africa sia fatta per me, o meglio, che io sia fatto per l’Africa.

Tuo fratello P. Giovanni s.x.

Baraka 27/3/60

Vita missionaria in Congo: il territorio.

Per avere un’idea della vastità del luogo in cui il giovane missionario è chiamato a vivere il suo ministero occorre sapere che, dopo avere percorso – in circa un mese – 400 chilometri gliene restavano altri 1.200 per completare il “giro” della parrocchia. Padre Didonè, in cinque anni d’attività all’interno della diocesi di Uvira (provincia congolese del Kivu) verrà assegnato a diverse missioni: Uvira, Baraka, Fizi, Kiliba. Si tratta di luoghi non distanti dal confine con il Burundi e sulla sponda occidentale del lago Tanganika.

Il territorio della diocesi comprendeva zone pianeggianti, montuose (alcune vette raggiungono i 3.000 metri d’altezza) e rivierasche, quelle, appunto, affacciate sul Tanganika. L’area di Baraka – una delle prime affidate a padre Didonè, ad un altro saveriano e a due Padri Bianchi, d’origini francesi -, è una specie di quadrato dove i lati (di circa 100 chilometri ciascuno) corrono, tre lungo la terra e il quarto, lungo la costa occidentale del Tanganika.

Diocesi di Uvira, nella regione del Kivu. Sottolineate Baraka e Fizi, ove operò P. Giovanni.

Per raggiungere i villaggi della missione occorre essere un po’ marinaio, per navigare lungo il lago, e un po’ alpinista, per inerpicarsi su sentieri aspri fino a 2.500 metri di quota. Annota in una lettera padre Giovanni: “Ciò che mi parla dell’Africa è soprattutto la vastità, l’immensità di questi luoghi. La lingua non si presenta difficile”.

L’Africa, un paese speciale

P. Giovanni è arrivato in Congo in un momento di tranquillità politica, in attesa che il Congo venisse dichiarato indipendente alcuni mesi più tardi esattamente a giugno 1960. Nella missione di Baraka sono presenti, tra le altre etnie, i Banyarwanda, rwandesi rifugiati in Congo e insediati sulle montagne intorno ad Uvira. Allevatori di bestiame.


Fra loro vi sono persone di alta statura che colpiscono la fantasia degli europei. Ironicamente P. Giovanni parlerà di “scala” per poterli battezzare! Diversi gruppi vivono in villaggi a 2.500 metri d’altezza, sulle montagne che fiancheggiano il lago Tanganica. Padre Didonè, periodicamente, si reca lassù per evangelizzare.

Le impressioni che registra nelle lettere ai suoi cari sono di entusiasmo. Conclude che l’Africa è proprio fatta per lui. Scrivendo al fratello Camillo, novizio Saveriano, annota qualcosa che stimola la curiosità e che raddrizza tanti luoghi comuni sull’Africa, il suo territorio, i suoi abitanti, la fauna. Ecco alcuni passi della lettera del 14 marzo 1960, a tre mesi dall’arrivo nel Kivu:

Camillo carissimo, … da Uvira io sono a 90 Km a sud, da Kamituga che è all’estremo nord del prossimo vicariato di Uvira, si pensa che siano 330 – 400 Km. Nessuno si meravigli, pertanto se io non ho ancora visto i PP. Fellini e Pansa con gli altri, compreso il P. Catarzi, che è il Superiore. Con questo spero averti risposto sulle nostre possibilità di incontri; da notare che noi di Baraka siamo i più fuori mano, gli altri hanno più possibilità. Sono contento delle notizie che mi dai sulla tua salute, la prima cosa è quella di affidarci completamente nelle mani della Divina Provvidenza, e di non pensarci troppo….

Dal 9 del 2 al 9 del 3 ho fatto il mio primo giro di missione con un Padre Bianco, il parroco. Abbiamo percorso 4OO Km. e visitato solo un quarto della nostra parrocchia. Ho vissuto un mese tra gli uomini di due metri, due metri e venti; a 23OO metri di altitudine. È stato un mese di villeggiatura, due maglie erano poche e tre coperte di notte insufficienti.

Per dieci notti ho alloggiato in un trinomio, o meglio nel mio trinomio, costruito proprio per me: la sua composizione è: canne di bambù+liane+sterco di vacca, se si prova a risolverlo ne risulta una splendida capanna, rotonda con 5,50 di diametro. Come si stava? Benissimo. Solo non bisognava essere a letto quando pioveva e per fortuna pioveva tutti i giorni dalle 13 alle 16 circa e allora il mio impermeabile serviva per proteggere il letto. Come si dormiva? Vi dico: bene, forse mai dormito così bene, non però la prima notte: e spero non riderete: siamo arrivati lassù all’imbrunire: ore 18,30, alle 18,45 è già buio pesto.

A 20 metri dal mio trinomio inizia la foresta, e si può immaginare l’impressione che fa nel vederla nell’imbrunire e di notte e da uno che non ne aveva ancora visto! Con queste immagini mi sono messo a letto, e per di più alle orecchie giungevano suoni stranissimi che a me davano l’impressione di leoni e di tigri, di bufali e non so di quali altre bestie, con tutto questo mi sono messo a letto, ma non facevo a tempo a chiudere occhio che già sognavo tutto quello che un momento prima avevo immaginato e mi svegliavo con il cuore in gola, ma … anche quella notte passò (come quella di Don Abbondio del resto), il giorno dopo esaminai un po’ il luogo e penetrai un po’ nella foresta e…vidi molti uccelli e… indovina?… delle grandi mandrie di vacche, di leoni e di tigri ecc. ecc… non vidi traccia e ho paura di lasciare l’Africa senza vederne.

Le altre notti ho dormito veramente bene. In quella circostanza sono stati amministrati 90 battesimi adulti, amministrati dal Padre Bianco che misura 1,85 e che perciò non ha trovato grande difficoltà a lavare quelle teste. A me è stato dato di battezzare una quarantina di fanciulli da uno a cinque anni, lavoro proporzionato alla mia statura, ma la prossima volta possederò pure una scala. Abbiamo preso possesso per la prima volta di un villaggio di 250 abitanti, già sede incontrastata dei protestanti (i quali dappertutto ci danno del filo da torcere: sono qui a Baraka molto meglio organizzati di noi e almeno avessero il battesimo valido!), abbiamo lasciato una trentina di catecumeni incipienti sotto la direzione di un catecumeno di due anni, sarà un inizio? Barba, ti aspettano. Ho attraversato un fiume su un tronco d’albero, mi sono scoperto equilibrista, ma anche qui sono stato accompagnato da un po’ di paura. E…ne avrei ancora così tante da dire, ma devo terminare, perché mi aspettano per andare alla posta….

Tuo aff. mo P. Giovanni

Baraka 21/3/60


In una lettera ad una benefattrice P. Giovanni parla della sua presenza in Africa come missionario e con grande entusiasmo afferma:

Questi giorni li ho trovati i più belli della mia vita: i primi della mia vita apostolica propriamente detta: la vita del missionario è veramente bella: e bello è avere come reggia una povera capanna di fango e senza finestre, con una porta di 1,50×5, chiusa con dei bastoni, o una capanna di bambù intonacata da sterco di vacca: ero così contento in queste regge che non le avrei cambiate per nulla al mondo. Con bestie feroci ancora nessun incontro, ho udito solo una iena: vanno tutte scomparendo le bestie qui: vi sono troppi cani. Di salute sto benissimo, mai stato così forte.

Lettera ad una benefattrice, Baraka 4/7/60

La prima lettera dal Congo

La prima lettera dal Congo ai suoi cari è qualcosa di “incantato”:

“Da sabato non vedo che facce nere, ma vi posso assicurare che non noto niente di strano: mi sembra trovarci qui da tanto tempo, perfino i negretti in tuta nera che va da capo a piè, sembrano una cosa naturale, non impressionano per niente. Però vi è qualcosa che mi dice che non mi trovo più in Europa. Qualcuno penserà al caldo, e può essere, ma non è proprio questo: infatti ora piove e si ha l’impressione di trovarci ai primi di giugno.

Quando non piove il termometro si mantiene sul 28-30 gradi all’ombra, di notte invece bisogna dormire con una coperta: da una parte a poche centinaia di metri abbiamo l’immenso lago del Tanganica, dall’altra si innalzano fino a 3000 m. le montagne: paesaggio meraviglioso a guardarsi ma non così quando bisogna percorrerlo, e bisogna farlo spesso. Ciò che mi parla dell’Africa qui sono l’immensità, la vastità di questi luoghi. Domenica, lunedì, martedì e mercoledì il nostro superiore, P. Catarzi, ci ha portato a visitare qualche posto di missione ove lavorano i nostri sei che ci hanno preceduta un anno fa; ci ha portato con la camionetta Fiat 1100 e ciò nonostante ci volevano, due o tre ore: distanze da un centro di missione all’atro di. 90-100 e più chilometri.

Il giro non è ancora finito, ce ne resta quasi ancora una metà, ma questo giro sarà incominciato lunedì: sarà la piccola porzione affidata ai due padri bianchi, al nostro fratello coadiutore Faccin e a me. Il centro della missione si chiama Baraka e dista, solo 90 Km. da Uvira, anch’essa sul lago Tanganika, a sud di Uvira, in una posizione meravigliosa (dicono), con un territorio però che si estende a sud e a ovest più di 100 km., a Nord 50».

Tutto montagnoso e con poche strade e pessime: a Est per fortuna si estende l’immensità del lago (che mi darà la gioia di visitare le cristianità sulla riva del lago in battello e ad imitare i pesci ogni tanto: a Baraka infatti non ci sono in casa docce o acqua di rubinetto e l’acqua che arriva in casa, arriva attraverso le spalle dei negrotti e non c’è da preoccuparsi di un raffreddore: l’acqua del lago supera i 25°). Da notare che la missione che ci attende non è che agli inizi, e può contare dai 150 ai 200 mila ab., cattolici dai sei ai settemila, mentre i protestanti nella stessa zona contano, tre fiorenti missioni (questi protestanti sono i nemici peggiori).

Per il prossimo anno bisogna porre le basi per altre due nuove missioni: il comune di Cittadella, spero, ci penserà alle campane… La lingua non si presenta difficile, ha qualche parola veneta es. “maiai” non maiali però ma ”uova”: chi sa il veneto va bene come pronuncia, il significato si impara. Altra cosa che mi parla dell’Africa è la miseria della gente: il ventre però lo riempiono: la natura è quanto mai prodiga: frutta d’ogni genere e squisitissima. “Di serpenti e bestie feroci non ne ho viste ancora, forse due ippopotami in un lago: dico forse perché erano lontani e potrei sbagliarmi. La flora è lussureggiantissima; fiori moltissimi e di colori vivacissimi; impera la banana, ma ho visto che coltivano il mais, la manioca, moltissimi fagioli e perfino la zucca, vi è la coltivazione del caffè, del cotone e della canna da zucchero: sembra che i negri siano ricchi ma vi sono anche degli europei e non sono pochi e fanno la parte del leone.

Ma ora devo terminare sia per lasciare qualche cosa anche per la prossima volta e sia perché tra qualche minuto devo iniziare la prima lezione di Swahili. Il viaggio da Roma a Usumbura (40 km. da qui) è stato meraviglioso, non però senza un po’ di paura sul Mediterraneo quando l’aereo ha incontrato e attraversato un temporale, la paura però è stata mia e di qualche altro che viaggiava per la prima volta, il cosiddetto mal d’aereo non mi ha mai dato nessuna noia. Nella speranza che molti siano coloro che vorranno battere la mia strada, saluto tutti”.

Lettera del 10 Dicembre 1959 da Uvira

Uvira, dicembre 1959 i nuovi arrivati dal1’Italia, passeggiano tra le palme del viale principale della cittadina, in compagnia di P. Danilo Catarzi, P. Giuseppe Viotti e P. A1do Vagni.

In partenza per la missione in Congo

Padre Didonè parte per la missione il 3 dicembre 1959, festa di san Francesco Saverio, patrono dell’Istituto Saveriano. Una coincidenza – letta con la conoscenza dei fatti che abbiamo noi oggi – carica di significati per quella che sarà la sua opera apostolica.

Nelle foto: Aeroporto di Ciampino 3 dicembre 1959. I padri Giovanni Didonè, Mario Giavarini, Virginio Mondin e i fratelli Vittorio Faccin e Mariano Masolo parcono per il Congo. È con loro i1 P. Fernand Lambert, dei Padri Bianchi.

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