Martire in Congo nel 1964

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Testimonianza di P. Amedeo Pelizzo

Padre Amedeo Pelizzo, segretario della Direzione Generale, in un suo breve profilo di P. Giovanni Didonè martire, ci offre una notizia che non ho potuto trovare altrove, ma che si può ritenere genuina, data la serietà scientifica e la precisione con cui P. Amedeo forniva notizie e si documentava:

“In occasione della sua Prima Messa aveva chiesto i seguenti doni: “Al Padre: il dono della perseveranza finale; al Figlio: il dono di un amore tenerissimo a Maria; allo Spirito Santo: il martirio, il più grande dei doni; alla Vergine: il dono di una castità angelica; a S. Francesco Saverio: il dono dello zelo”. Venne esaudito. Da uno stampato nella cartella conservata nell’Archivio Generale dei Missionari Saveriani di Roma dal titolo:

“I martiri dei Missionari Saveriani – n. 6”. P. Giovanni Didonè (1930-1964).


Parma: 10 novembre 1958. P. Giovanni Didonè celebra la prima messa nella cappella delle Missionarie di Maria a S. Lazzaro Parmense.

S. Guido Maria Conforti

Fin dagli anni del seminario, Guido Conforti aveva desiderato diventare missionario, ma la malattia che lo colpì all’età di diciassette anni e lo accompagnò fino alla vigilia della prima messa non glielo aveva permesso.

Sembrava proprio che il suo progetto dovesse svanire per sempre . . .

Dopo anni di paziente attesa, il 19 marzo l894, Guido scrisse una lettera al cardinale prefetto di Propaganda Fide, esponendo gli il suo progetto di iniziare un Istituto per le missioni estere.

Aveva ventinove anni.

Così don Guido, che non aveva potuto essere missionario, sarebbe diventato padre di missionari.

Nella foto: Guido Conforti, giovane sacerdote.

Rina Parolin

Tratto da:

Celebrando la memoria della Prof.sa Rina Parolin nel 25mo della morte

di P. Marcello Zurlo sx

Il suo cuore è sempre stato donato all’amore e alla Missione, senza risparmi e senza sosta, durante i suoi 82 anni di vita, condividendo con Cittadella e con i suoi missionari i momenti lieti e tristi della vita. La sua vita fu un dono purissimo a Dio, alla sua Cittadella e alle Missioni del mondo intero, martire silenziosa di chi non sapeva mai dire di no al Signore e tutto offriva, amore e sacrifici, per il bene dei fratelli vicini e lontani.

La sig.na Parolin fu un dono di Dio per Cittadella e per i cittadellesi sparsi ai quattro angoli della terra. Non solo ha sviluppato la dimensione missionaria della chiesa, che è in Cittadella, ma come educatrice, professoressa di disegno e direttrice delle scuole ha coltivato per diverse generazioni l’arte del bello e del buono, sempre a servizio della crescita umana e cristiana, aperta al mondo intero.

Giovane insegnante nella scuola Andrea Mantegna, la prima media istituita a Cittadella nel 1912, esercitò la professione con impegno di educatrice, assiduamente, in tempo di guerra, mentre si combatteva sul Grappa e negli anni successivi che furono di smarrimento. E a lungo, fino al 1960, continuò ad insegnare educando, con dolcezza e rigore, prodigandosi senza tregua, anche quando, nominata preside, ebbe più pesante il compito.

Generazioni di cittadellesi e dei paesi vicini, furono suoi scolari e tutti Le conservano devozione e affetto per il bene che sentono di avere ricevuto da Lei.

La sua casa era diventata punto di riferimento, in base alla quale decine di Saveriani cittadellesi, “i miei diletti figli spirituali” come li chiamava con affetto negli ultimi mesi, approdavano durante le loro brevi soste, reduci dal Brasile, dal Messico, dall’Africa … “

La gioia della sig.na era indicibile quando qualcuno dei suoi figli spirituali raggiungeva l’agognata meta del Sacerdozio. Non faceva distinzione di diocesani o religiosi. Per lei erano tutti figli di Cittadella, offerti a servizio del Regno di Dio.

La sig.na non voleva nessun grazie e sempre ci chiedeva il favore di non fare neppure il suo nome in Chiesa nel momento del ringraziamento, dopo la celebrazione della prima messa in Duomo. Voleva che il giorno della prima Messa fosse la più bella festa per una parrocchia, che donava un suo figlio al Signore per annunciare il Vangelo al mondo intero. Lei già attuava quella che il Concilio Vaticano II proclamò solennemente: la chiesa è per sua natura missionaria.

Si dice che erano tempi diversi, ma ricordare questi tempi non fa male alle nostre famiglie cristiane e alla gioventù del terzo millennio. La sig.na appartiene alla storia e la storia ha sempre tante cose da insegnare.

È toccato al giovane rettore della casa saveriana di Vicenza, P. Emilio Iurman. di accompagnarla negli ultimi istanti della sua vita:

“Considero un immeritato privilegio aver conosciuto la sig.na Parolin. Un privilegio, perché la Provvidenza ha voluto che passasse da questa terra al cielo, praticamente nelle mie mani.

Quando fui avvertito che la sig. na era all’ospedale di Cittadella e che ormai la fine era prossima, la sera del 27 gennaio 1981 mi recai subito all’ospedale. La signorina era ormai in coma e già non parlava più, né fui in grado di sapere se si rendesse conto di ciò che le succedeva intorno.

Mi sedetti accanto al suo letto e presi la sua mano sinistra tra le mie e così, senza mai abbandonarla, rimasi le sette o otto ore in cui durò l’agonia, del tutto tranquilla. Recitai qualche rosario, ma non ci fu nessuno scambio di parole tra noi due, perché la sig. na non parlava più. Un paio di volte mi parve che la sig. na capisse” perché la sua debole mano stringeva, con le ultime forze che le rimanevano, la mia mano. Forse, con quel piccolo segno di vita intendeva ringraziare me e il Signore che le concedeva di morire, come aveva desiderato: con il Rettore della Casa Saveriana di Vicenza che la teneva per mano. Sono sicuro che questo fosse un segno di predilezione del Signore nei suoi confronti, un premio per quell’anima che nella sua vita non aveva fatto altro che servire il Signore e agognare di vedere il suo Volto. Per me è stata un ‘esperienza che mai dimenticherò. La ritengo una grazia del Signore.

Esaudendo l’ultimo nobile desiderio della sig.na Parolin. Sono contento di avere potuto, forse, pagare una piccola parte dell’enorme debito che i Saveriani hanno nei suoi confronti”.

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